Franco Cecchini, laureato in sociologia con indirizzo in discipline delle arti e dello spettacolo, ha lavorato per 32 anni nel mondo del teatro e nel campo delle attività culturali. Per diverso tempo ha coltivato in privato la passione per le arti visive e “il piacere dello sguardo” (come lui stesso confessa) quando, a partire dal 2014, ha tirato fuori dal cassetto le sue fotografie e, visto che quelle già fatte gli piacevano, ha cominciato a farne di nuove con un impegno e una passione quasi “professionale”. È nata in questo modo la prima raccolta Riflessi condizionati, nella quale è emersa chiaramente la voglia di ricollegarsi alla grande tradizione marchigiana del “racconto fotografico”, voglia che è emersa ancora più chiaramente nella raccolta formata da sei racconti in video-immagini intitolata Residui (2014).
In seconda battuta sono arrivati i foto-racconti BailaLaHabana (2015), le immagini Interior/Exterior (2015) inserite nel racconto L’appartamento di Gilberto Marconi, la foto-sequenza Segnali di resistenza (2016), esposta nella mostra dell’ANPI FotoResistente. Si tratta quindi di un percorso che ha superato il triennio con opere che hanno messo in evidenza, oltre ad un’encomiabile unitarietà stilistica e qualità t2-Musiculturaonlineecnica, una notevole capacità “narrativa”.
Arriva ora, quasi alla fine del 2016, una nuova raccolta che rappresenta una sfida particolarmente ambiziosa, perché Cecchini questa volta ha voluto confrontarsi con una realtà monotematica a differenza degli altri lavori che, pur nella loro unitarietà, presentavano aspetti plurivalenti, anche se in essa si riscontrano evidenti richiami a Riflessi condizionati e a Residui.
Franco Cecchini, per i suoi Scenari Immaginari (catalogo Affinità Elettive, Ancona, 2016) ha composto alcuni trittici fotografici che fanno venire alla mente per prima cosa un richiamo a una tipica forma rappresentativa propria della pittura medioevale, ma si tratta di un elemento puramente compositivo, perché le opere di questo autore richiedono, anzi impongono, una lettura più complessa che è difficile decodificare se non si tiene presente del suo passato professionale e “passionale”: il Teatro.
Nel loro insieme le immagini di Cecchini richiamano alla mente quella fondamentale ideologia teatrale propria del Rinascimento italiano, secondo la quale il teatro è lo “specchio della vita”, una imago mundi capace di trasmettere modelli culturali e di comportamenti propri di una società urbana. Questa visione ha trovato allora una naturale e feconda corrispondenza con la vasta schiera di architetti-scenografi del Cinquecento-Seicento (da Sebastiano Serlio a 3 -MusiculturaonlineGirolamo della Genga, dallo Scamozzi all’Aleotti, dal Bernini al pesarese Niccolò Sabbatini), tutti impegnati a portare sulla scena il “Gran Teatro del Mondo”. Il tema del theatrum mundi è logicamente ripreso dai grandi autori spagnoli del Siglo de Oro, a cominciare da Calderon de la Barca che nel 1635 scrive l’auto sacramental Il grande teatro del mondo, dove viene ripresa la grande metafora della vita intesa come spettacolo, nel quale si fondono e si confrontato tutte le classi sociali, tutte le virtù e tutti i peccati dell’uomo, trovando un seguito immediato nello straordinario teatro elisabettiano e nel teatro barocco francese, secondo la regola dettata dallo studioso mantovano Leone de Sommi: “Tutto il Mondo insieme altro non è che una scena e un teatro ove si fa di continuo spettacolo 15Musiculturaonlinedelle nostre azioni” (1556).

Franco Cecchini, laureato in sociologia con indirizzo in discipline delle arti e dello spettacolo, ha lavorato per 32 anni nel mondo del teatro e nel campo delle attività culturali. Per diverso tempo ha coltivato in privato la passione per le arti visive e “il piacere dello sguardo” (come lui stesso confessa) quando, a partire dal 2014, ha tirato fuori dal cassetto le sue fotografie e, visto che quelle già fatte gli piacevano, ha cominciato a farne di nuove con un impegno e una passione quasi “professionale”. È nata in questo modo la prima raccolta Riflessi condizionati, nella quale è emersa chiaramente la voglia di ricollegarsi alla grande tradizione marchigiana del “racconto fotografico”, voglia che è emersa ancora più chiaramente nella raccolta formata da sei racconti in video-immagini intitolata Residui (2014).
In seconda battuta sono arrivati i foto-racconti BailaLaHabana (2015), le immagini Interior/Exterior (2015) inserite nel racconto L’appartamento di Gilberto Marconi, la foto-sequenza Segnali di resistenza (2016), esposta nella mostra dell’ANPI FotoResistente. Si tratta quindi di un percorso che ha superato il triennio con opere che hanno messo in evidenza, oltre ad un’encomiabile unitarietà stilistica e qualità t2-Musiculturaonlineecnica, una notevole capacità “narrativa”.
Arriva ora, quasi alla fine del 2016, una nuova raccolta che rappresenta una sfida particolarmente ambiziosa, perché Cecchini questa volta ha voluto confrontarsi con una realtà monotematica a differenza degli altri lavori che, pur nella loro unitarietà, presentavano aspetti plurivalenti, anche se in essa si riscontrano evidenti richiami a Riflessi condizionati e a Residui.
Franco Cecchini, per i suoi Scenari Immaginari (catalogo Affinità Elettive, Ancona, 2016) ha composto alcuni trittici fotografici che fanno venire alla mente per prima cosa un richiamo a una tipica forma rappresentativa propria della pittura medioevale, ma si tratta di un elemento puramente compositivo, perché le opere di questo autore richiedono, anzi impongono, una lettura più complessa che è difficile decodificare se non si tiene presente del suo passato professionale e “passionale”: il Teatro.

Franco Cecchini, laureato in sociologia con indirizzo in discipline delle arti e dello spettacolo, ha lavorato per 32 anni nel mondo del teatro e nel campo delle attività culturali. Per diverso tempo ha coltivato in privato la passione per le arti visive e “il piacere dello sguardo” (come lui stesso confessa) quando, a partire dal 2014, ha tirato fuori dal cassetto le sue fotografie e, visto che quelle già fatte gli piacevano, ha cominciato a farne di nuove con un impegno e una passione quasi “professionale”. È nata in questo modo la prima raccolta Riflessi condizionati, nella quale è emersa chiaramente la voglia di ricollegarsi alla grande tradizione marchigiana del “racconto fotografico”, voglia che è emersa ancora più chiaramente nella raccolta formata da sei racconti in video-immagini intitolata Residui (2014).
In seconda battuta sono arrivati i foto-racconti BailaLaHabana (2015), le immagini Interior/Exterior (2015) inserite nel racconto L’appartamento di Gilberto Marconi, la foto-sequenza Segnali di resistenza (2016), esposta nella mostra dell’ANPI FotoResistente. Si tratta quindi di un percorso che ha superato il triennio con opere che hanno messo in evidenza, oltre ad un’encomiabile unitarietà stilistica e qualità t2-Musiculturaonlineecnica, una notevole capacità “narrativa”.
Arriva ora, quasi alla fine del 2016, una nuova raccolta che rappresenta una sfida particolarmente ambiziosa, perché Cecchini questa volta ha voluto confrontarsi con una realtà monotematica a differenza degli altri lavori che, pur nella loro unitarietà, presentavano aspetti plurivalenti, anche se in essa si riscontrano evidenti richiami a Riflessi condizionati e a Residui.
Franco Cecchini, per i suoi Scenari Immaginari (catalogo Affinità Elettive, Ancona, 2016) ha composto alcuni trittici fotografici che fanno venire alla mente per prima cosa un richiamo a una tipica forma rappresentativa propria della pittura medioevale, ma si tratta di un elemento puramente compositivo, perché le opere di questo autore richiedono, anzi impongono, una lettura più complessa che è difficile decodificare se non si tiene presente del suo passato professionale e “passionale”: il Teatro.
Nel loro insieme le immagini di Cecchini richiamano alla mente quella fondamentale ideologia teatrale propria del Rinascimento italiano, secondo la quale il teatro è lo “specchio della vita”, una imago mundi capace di trasmettere modelli culturali e di comportamenti propri di una società urbana. Questa visione ha trovato allora una naturale e feconda corrispondenza con la vasta schiera di architetti-scenografi del Cinquecento-Seicento (da Sebastiano Serlio a 3 -MusiculturaonlineGirolamo della Genga, dallo Scamozzi all’Aleotti, dal Bernini al pesarese Niccolò Sabbatini), tutti impegnati a portare sulla scena il “Gran Teatro del Mondo”. Il tema del theatrum mundi è logicamente ripreso dai grandi autori spagnoli del Siglo de Oro, a cominciare da Calderon de la Barca che nel 1635 scrive l’auto sacramental Il grande teatro del mondo, dove viene ripresa la grande metafora della vita intesa come spettacolo, nel quale si fondono e si confrontato tutte le classi sociali, tutte le virtù e tutti i peccati dell’uomo, trovando un seguito immediato nello straordinario teatro elisabettiano e nel teatro barocco francese, secondo la regola dettata dallo studioso mantovano Leone de Sommi: “Tutto il Mondo insieme altro non è che una scena e un teatro ove si fa di continuo spettacolo 15Musiculturaonlinedelle nostre azioni” (1556).