where we come from. our origins

La terra

Una casa un terreno, e ancora una collina e ancora una casa ed ancora un pezzo di terra; ogni lembo un colore, ogni coltura una storia. Ed ecco che sembra essere racchiuso in questa liturgia visiva il segreto di tanta tranquillità.
Perchè qui non ci sono montagne che sovrastano lo sguardo se non all’orizzonte e da qui si può solo intuire la presenza del mare; a Cervidone alcuni sono ancor oggi convinti che qui si viva tra le colline e qui si viva per le colline, questa convinzione gli basta.
Al centro di questa marchigiana poesia c’è Cervidone, “terra per contadini” e rappresentazione di quel carattere assonnato e cordiale tipico della natura di questo territorio, con le sue vallate regolari e gli insediamenti uniformemente distribuiti come se ad ogni casolare fosse concesso di possedere un pezzettino del proprio orizzonte.

Ancora oggi questo pezzettino di passato che resiste al presente sembra disinteressarsi del proprio futuro, quasi che questo potesse servire da monito per quelli che hanno ormai dimenticato di quando la domenica le campane suonavano a festa collina dopo collina.
Oggi non ci sono più ne campane da suonare ne una comunità da radunare, ci si sposta per la comunione e per confessarsi, per fare la spesa e per vedere gli amici la sera.
Oggi Cervidone è qualcos’altro da quello che era, vive poco nella comunità e più nei ricordi delle foto in bianco e nero; pochi sono ormai i testimoni di un’estate felice in cui molti sono stati orgogliosi di essere nati qui e molti quelli che hanno preferito dare alla propria storia un nuovo luogo da raccontare.

Per i più oggi Cervidone è un luogo di passaggio e poco altro, sperare qualcos’altro per lei sarebbe irrispettoso (mi piace immaginarla femmina, come femmina è la terra e come donna è La Madonna del Rosario, alla quale è stata consacrata la sua chiesa nel 1899) …irrispettoso per la sua storia, per le sue tradizioni, per la sua gente e per le proprie leggende.

Cervidone e la storia
Intorno ai secc. Xra I e XII, le Marche videro sorgere intorno a vecchi castelli o all’imbocco delle valli, tanti piccoli comuni che raggiunsero lo stato di città murarie con magistrati propri e con distinzioni e suddivisioni di classi, ma ebbero sempre popolazione e territorio assai limitati e furono costituiti quasi esclusivamente da uomini che vivevano in stretto rapporto con la terra, fossero essi dei proprietari, dei coltivatori o entrambe le cose. Se nel periodo delle origini prevalse dunque il carattere agricolo e aristocratico dei comuni, nel periodo di massimo sviluppo della civiltà comunale prevalsero invece le classi dei mercanti e degli artigiani che contribuirono, assieme alla bontà e al pregio dei prodotti marchigiani, all’affermazione della regione nel campo del commercio e delle industrie. Questa vitalità rigogliosa continuò fino al basso Medioevo e al Rinascimento, per poi diminuire progressivamente, nelle Marche molto più rapidamente che in altre regioni italiane. La chiusura dei mercati e la crisi della produzione artigianale e manifatturiera favorirono quel ritorno alla terra che fece sì che rifluissero verso le campagne importanti energie umane e cospicui investimenti finanziari. Così per tutto il Seicento la borghesia cittadina rifugge dal rischio delle imprese manifatturiere e dei commerci per rifugiarsi nelle “certezze” della terra, allargando progressivamente i propri possedimenti, al punto che la classe dirigente diventa quella dei proprietari terrieri. Nel Settecento poi la ripresa dell’agricoltura subisce un ulteriore incremento, favorita anche dalla complessa situazione che colpì tutta l’Europa verso la fine del sec. XVIII , impedendo la crescita o la ripresa di qualsivoglia attività produttiva. L’arretratezza dello Stato Pontificio di cui le Marche facevano parte fece sì che di questa difficile congiuntura furono risentiti per la maggior parte solo gli effetti negativi. Le Marche, come gran parte d’Italia, non furono capaci di passare, sull’onda della Rivoluzione Industriale, dal lavoro artigianale familiare o rurale a quello più propriamente industriale, e giunsero alla vigilia dell’unificazione nazionale in condizioni di arretratezza economica. A differenza delle attività industriali e commerciali, dopo l’unificazione del 1860, l’agricoltura, impostata sulla mezzadria classica, mantenne un suo equilibrio e sopravvisse allo scontro tra l’economia chiusa dello Stato Pontificio e il mercato italiano, per giungere quasi immutata nella sua forma sostanziale fino al secondo dopoguerra. Solo nel corso dell’ultimo quarantennio l’industria è passata da una situazione di complementarietà rispetto all’agricoltura a una posizione egemone e predominante, fenomeno questo che può comunque addebitarsi anche al modello di organizzazione familiare e “aziendale” che derivava dalla mezzadria

La Cervidone preistorica
Immediatamente a nord del laghetto per la pesca sportiva si alza un terreno alluvionale chiamato dalla comunità “U Roccolo” sul quale emergono per un altezza di circa m. 2 ruderi di mura antiche, attribuite dalla storiografia locale al castello di Cervidone. Di fatto la parte rilevata a terrazzo conserva tuttora la denominazione “A Castella” . Nell’area immediatamente antistante i ruderi, le annuali arature hanno portano in superficie frammenti di vasellame e di tegole sia dell’epoca romana che di quella medioevale, testimonianze tutte che hanno indotto la Sovrintendenza Archeologica delle Marche a includere il sito nel novero delle aree archeologiche recepite anche a livello di pianificazione comunale dall’ultimo Piano Regolatore adottato dal comune. Alcuni materiali provenienti dal pianoro sono conservati nei locali del Museo archeologico Statale di Cingoli. Il castello di Cervidone, noto dai documenti fin dai primi anni del sec. XIII fu, insieme al vicino castello di Arcione ( oggi identificabile con la frazione del comune di Cingoli denominata San Vittore), posseduto dalla potente famiglia Cima, destinata a ricoprire un ruolo di primo piano nella storia del comune di Cingoli. Inurbatasi infatti entro la cinta muraria cittadina intorno alla seconda metà del secolo, questa famiglia rimase saldamente al potere a titolo di Vicaria Pontificia per tutto il periodo che va dal 1340 ca. fino al 1450 ca..

Cervidone ed il suo castello “a Castella”
Immediatamente a nord del laghetto per la pesca sportiva si alza un terreno alluvionale chiamato dalla comunità “U Roccolo” sul quale emergono per un altezza di circa m. 2 ruderi di mura antiche, attribuite dalla storiografia locale al castello di Cervidone. Di fatto la parte rilevata a terrazzo conserva tuttora la denominazione “A Castella” . Nell’area immediatamente antistante i ruderi, le annuali arature hanno portano in superficie frammenti di vasellame e di tegole sia dell’epoca romana che di quella medioevale, testimonianze tutte che hanno indotto la Sovrintendenza Archeologica delle Marche a includere il sito nel novero delle aree archeologiche recepite anche a livello di pianificazione comunale dall’ultimo Piano Regolatore adottato dal comune. Alcuni materiali provenienti dal pianoro sono conservati nei locali del Museo archeologico Statale di Cingoli. Il castello di Cervidone, noto dai documenti fin dai primi anni del sec. XIII fu, insieme al vicino castello di Arcione ( oggi identificabile con la frazione del comune di Cingoli denominata San Vittore), posseduto dalla potente famiglia Cima, destinata a ricoprire un ruolo di primo piano nella storia del comune di Cingoli. Inurbatasi infatti entro la cinta muraria cittadina intorno alla seconda metà del secolo, questa famiglia rimase saldamente al potere a titolo di Vicaria Pontificia per tutto il periodo che va dal 1340 ca. fino al 1450 ca..

Alle spalle del lago per la pesca sportiva è visibile il rilievo boscoso sul quale insistono i resti del Castello di Cervidone Presumibilmente si deve proprio alla grande influenza della famiglia Cima, che portò a Cingoli antiche tradizioni riguardanti le zone di origine della stessa (identificabili nelle attuali due aree archeologiche) il fatto che a partire dal 1340 ca. lo stemma del comune cingolano , fino ad allora costituito dall’effigie del patrono Sant’Esuperanzio stante su sei monti, fu sostituito con quello che vede tre monti ai cui lati si trovano due cervi salienti. Evidentemente alla località Cervidone la pubblica amministrazione cingolana attribuiva una notevole importanza, se furono avanzati addirittura, come risulta dalla storiografia seicentesca, dei collegamenti con la figura di Tito Labieno, luogotenente generale di Cesare nelle Gallie e munifico benefattore di Cingoli, di cui era originario. Queste basi storico-archeologiche costituiscono i presupposti per una valorizzazione del sito archeologico in questione, operazione questa che potrebbe svilupparsi secondo più linee guida.

Unitamente all’ inizio di una campagna di scavi che potrebbe permettere di riportare alla luce ulteriori testimonianze delle vicende storiche che si susseguirono in questo luogo, e per permettere la quale sarebbe importante circoscrivere in qualche molto il sito archeologico, sarebbe opportuno realizzare interventi che diano la possibilità, sulla scorta del modello vincente dei parchi a tema ( seppure in scala notevolmente ridotta), di vedere riprodotta dal vero una realtà d’altri tempi. La realizzazione in un luogo adiacente a quello del sito archeologico della riproduzione di un piccolo insediamento rurale del medioevo, sulla base di informazioni e consulenze di studiosi del settore, potrebbe costituire un momento conoscitivo di grande suggestione sull’immaginario di fruitori particolarmente predisposti, come scolaresche e studenti , permettendo loro un confronto diretto con uno stralcio di realtà d’altri tempi, ben più efficace di qualsiasi testo o lettura sull’argomento. Inoltre sarebbe da considerare anche la possibilità di utilizzare parte dei grandi spazi pianeggianti sottostanti per l’organizzazione di rievocazioni storiche medievali o tornei cavallereschi, che permettano di gettare uno sguardo indagativo su costumi e figure di un’epoca passata, che furono loro importanti per la futura storia della città di Cingoli.